martedì 1 ottobre 2013

(esca)Video- conferenza stampa Casa dei teatri



video realizzato da Iolanda La Carrubba


Roma. Casa dei teatri e della drammaturgia contemporanea. Parte la stagione
di Sarah Panatta 
Un antidoto alla cecità istituzionale e alla disgregazione sociale. Il teatro come “casa”, ventre, circolo, abbraccio. Come inclusione permeabile e continua. Non una cintura ma un “rete”. Dagli slogan alla realtà. Osmosi con il territorio. Co-creazione con la comunità. Politica dei prezzi accessibili. Ascolto e interazione, senza omologazione. Con un occhio alla condivisione con/nel pubblico, ed uno all’impegno culturale ramificato, multi-target.
Dalla gestazione alla nuova stagione. Parte in questi giorni l’attività folta della Casa dei Teatri e della Drammaturgia Contemporanea, Roma. Una piattaforma/organo/isola galleggiante, fatta di spazi veri, di progetti coordinati, di stretta collaborazione pubblico-privato.
Un esperimento che non vuole limitarsi a portare il teatro sulla strada, ma fare della strada il teatro. Illuminando le potenzialità del tessuto umano-urbano. Soprattutto nei quartieri “critici”, che fanno da barriera e talvolta da deposito, da margine e da specchio rotto, nella Capitale gargantuesca. Promossa dall’Assessorato alla Cultura e gestita da Zètema Progetto Cultura, la Casa dei Teatri e della Drammaturgia Contemporanea vive su iniziativa pubblica, e attraverso i progetti dei teatri vincitori di bando, ma anche di alcuni soggetti culturali dall’alto valore etico. La CTDC è quindi oggi “agita” da una serie di attori importanti: il Teatro Biblioteca Quarticciolo e il Teatro Tor Bella Monaca, i cui i progetti vincitori dell’apposito bando pubblico sono in cammino già dallo scorso aprile; il Teatro Scuderie Villino Corsini, sempre vincitore del bando suddetto; il Teatro del Lido di Ostia, rinato da un’esperienza di teatro “partecipato” e infine il Teatro Elsa Morante, all’interno del Centro Culturale omonimo, che ospiterà alcune rassegne ideate dalla CTDC.
Servizio alla e nella comunità. Per monitorare il territorio, respirarlo, sentirlo, lasciarlo esprimere. Lavoro con le scuole, i centri anziani, le biblioteche, i centri sociali, i detenuti, compagnie di ogni genere, associazioni, cittadini. Dall’intrattenimento alla formazione. Una serie di rassegne, incontri, dibattiti, giornate multidisciplinari. Un programma pensato collettivamente e con intento comune. In tutto 900 giornate di drammaturgia contemporanea con un rilevante ingresso di giovani artisti. Tra gli eventi del calendario, che si faranno itinerario nei teatri sopra menzionati, le sei “rassegne in viaggio” con tematiche nodali come la riflessione sul teatro coevo, sul rapporto musica e teatro, sul lavoro femminile, sull’amatorialità ecc. Senza dimenticare i percorsi con le scuole e i laboratori con l’università.
Interessanti in particolare i progetti del Teatro Lido di Ostia e del Teatro Tor Bella Monaca. Il primo prodotto di una battaglia civica lunga, di un’occupazione e di un comitato artistico e di un’associazione di associazioni, una rete di salvataggio che ha dato linfa nuova con l’energia di ogni singolo cittadino e artista coinvolto. Il secondo con il direttore artistico d’eccezione Alessandro Benvenuti e con il direttore organizzativo Filippo D’Alessio, ha già collezionato un record di presenze, 10mila, e si appresta a ricominciare con una contaminazione esplosiva tra musica, teatro, danza, cinema, letteratura.

(esca)Video-Mario La Carrubba


 
Video-art realizzato con la tecnica della computer-grafica da Mario La Carrubba.
"Omaggio a Fellini" un lavoro di sensibilità artistica che visita e viaggia nel ricordo di questa onirica visività del mondo felliniano. Da Le notti di Cabiria a La Strada, La dolce vita e Otto e mezzo, un percorso visivo e carnoso, inventato dal genio Federico Fellini.

omaggio a F. Fellini (Rimini, 20 gennaio 1920 -- Roma, 31 ottobre 1993

(esca)Video-Universitari intervista al cast




http://www.cinemaitaliano.info/news/20155/universitari-moccia-e-il-cast-su-cinemaitaliano.html

(esca)Video-Retrospettiva Cosimo Donadei



video realizzato da Iolanda La Carrubba
 
Cosimo Donadei. Retrospettiva di sole opere in pittura
di Sarah Panatta

Una lettura nuova del futurismo. La metamorfosi della curva femminile, il corpo monolitico e riflessivo della Natura.
62 opere. Quadri spaziali, che frammentano il tempo e l'umanità in sezioni reinterpretabili. "Cosimo Donadei. Retrospettiva di sole opere in pittura", in mostra presso Palazzo Ruspoli (Cerveteri).
Scomparso dieci anni fa, dopo un'esistenza dedicata all'arte. Nato da famiglia contadina, divenuto scultore, quindi auto-prestato alla pittura. Cosimo Donadei esplode nella temperie futurista, muovendosi coerente dall'astratto al figurativo. Dalla scomposizione cinetica e multidimensionale del futurismo Donadei tra la morbidezza di forme, il cui parossismo statico rivela il simbolismo struggente dell'autore. Linee affusolate e pacificate, che spesso, su tela, riproducono gli studi delle sculture e le sculture stesse. Donne, passeggiate umbratili, maternità avvolgenti e aperte, assenze e inquietudini, voluttà e mimesi. Cosimo Donadei e la mobilità di un fermo immagine infinitamente variabile.

(esca)Video-Attraverso Le pieghe del tempo




video realizzato da
Iolanda La Carrubba

Promozione Istituzionale:
Citta' di Nettuno HYPERLINK "http://www.comune.nettuno.roma.it/" \t "_blank" www.comune.nettuno.roma.it Promozione culturale: Associazione Occhio dell'Arte HYPERLINK "http://www.occhiodellarte.org/" \t "_blank" www.occhiodellarte.org

Progetto, Direzione Artistica generale e coordinamento: Lisa Bernardini Presidente Occhio dell'Arte e fotografa HYPERLINK "http://www.lisabernardini.com/" \t "_blank" www.lisabernardini.com

Direzione Artistica mostre d'Autore Roberto Mutti Critico fotografico Gestori tecnici

Concorso Fotografico Nazionale on line "Città di Nettuno" III Edizione Club 42mm HYPERLINK "http://www.42mm.it/" \t "_blank" www.42mm.it Sculture Premio Maestro Piero Gensini HYPERLINK "http://www.pierogensini.it/" \t "_blank" www.pierogensini.it Stampatore Ufficiale Photogem Srl HYPERLINK "http://www.photogem.it/" \t "_blank" www.photogem.it Fotografi Ufficiali Fulvio Pellegrini HYPERLINK "http://1x.com/member/fulviopellegrini... \t "_blank" 1x.com/member/fulviopellegrini Raimondo Luberti HYPERLINK "http://www.iperimmagine.com/" \t "_blank" www.iperimmagine.com Altri fotografi accreditati: Americo Salvatori, Roberto Faccenda, Raniero Avvisati Responsabili Ufficio Stampa Comune di Nettuno e Associazione Occhio dell'Arte Lisa Bernardini Presidente Occhio dell'Arte Direttore Artistico PhotoFestival "Attraverso le Pieghe del Tempo" HYPERLINK "http://www.occhiodellarte.org/" \t "_blank" www.occhiodellarte.org HYPERLINK "http://www.attraversolepieghedeltempo... \t "_blank" www.attraversolepieghedeltempo.com HYPERLINK "mailto:occhiodellarte@gmail.com" \t "_blank" occhiodellarte@gmail.com HYPERLINK "mailto:info@occhiodellarte.org" \t "_blank" info@occhiodellarte.org HYPERLINK "http://www.lisabernardini.com/" \t "_blank" www.lisabernardini.com HYPERLINK "mailto:info@lisabernardini.com" \t "_blank" info@lisabernardini.com Mobile 347-1488234 CATALOGO PDF del PhotoFestival "Attraverso le Pieghe del Tempo"

EDIZIONE 2013 HYPERLINK "http://www.occhiodellarte.org/documen... \t "_blank" http://www.occhiodellarte.org/documen... Postazioni Facebook da seguire: HYPERLINK "http://www.facebook.com/pages/Photofe... \t "_blank" http://www.facebook.com/pages/Photofe... HYPERLINK "http://www.facebook.com/pages/Occhio-... \t "_blank" http://www.facebook.com/pages/Occhio-...

(esca)video- Davide Cortese


(esca)Video-Beppe Costa

         


Sarah Panatta incontra Beppe Costa
video a cura di Iolanda La Carrubba

(esca)Video- Maurizio Bignardelli




Maurizio Bignardelli, flauto e Valeria Tarsetti, cembalo concerto del 4 settembre a palazzo Annibaldeschi,Montecompatri (RM live recording:Patrizio Petrucci

(esca)news - I corsi del Centrale Preneste Teatro

Centrale Preneste. Torna “Il mestiere dell’attore”

 a cura di sarah panatta

Mettersi alla prova con se stessi e il mondo dentro e tutto intorno. Si riapre il sipario sui corsi tenuti da Tiziana Lucattini, con Fabio Traversa. “Il mestiere dell’attore” in tutte le sue cromie incantatrici, ardue, pericolose, beffarde, vive, pulsanti. Da ottobre 2013 a giugno 2014 al Centrale Preneste Teatro (Pigneto/Malatesta - Roma).

Sono aperte le iscrizioni ai corsi di teatro Il Mestiere dell’attore che, a partire dal prossimo mese di ottobre, saranno tenuti da Tiziana Lucattini, in collaborazione con Fabio Traversa, della Compagnia Ruotalibera Teatro. Le lezioni si svolgeranno al Centrale Preneste Teatro in Via Alberto da Giussano, 58 (Pigneto/Malatesta) a Roma. Tutti i corsi hanno un costo contenuto e sono adatti sia a chi vuole avvicinarsi al mondo del teatro per passione sia a chi intende farne una vera e propria professione. Per tutti i corsi è prevista una messa in scena finale.

Durante l’anno ci sarà la possibilità di partecipare a work-shop e seminari tenuti da attori e registi, tra gli altri Jacob Olesen, Andrea Cosentino, Francesca Ferri.

L’idea di partenza di tutti i corsi è che il teatro rappresenti una possibilità di evoluzione complessiva della persona. Il centro sta nell’ascolto di sé e dell’altro, nella consapevolezza dello spazio e del tempo, nell’attenzione al qui e ora, a che cosa sta succedendo al personaggio e dunque alla persona/corpo che lo incarna. Ciò porta al riconoscimento delle proprie emozioni, delle proprie intenzioni e rende capaci di tradurle in azioni chiare, dirette e limpide. Non si tratta di un lavoro di teatro terapia, ma di quanto un teatro vivo possa “sanare”, rigenerare e generare: mettersi nei panni di un altro, chiedersi come personaggio e persona che cosa si vuole e come si fa a ottenerlo in un modo sincero nella sostanza e chiaro nella forma.

La scuola ha lavorato negli anni, dal 2003 a oggi, su testi classici e contemporanei - testi completi o brani - da Anton Cechov a Samuel Beckett, da Henrik Ibsen a Harold Pinter, da Tennesse Williams ad Alan Ayckbourn, da John Osborne a Ludmila Razumovskaya o a Steven Berkoff. A volte gli studenti hanno anche creato opere originali a partire da temi e improvvisazioni. Alcuni di loro sono stati inseriti, al termine del percorso di studio, negli spettacoli di Ruotalibera.

La Compagnia Ruotalibera è riconosciuta dal Ministero per i Beni Culturali dal 1977.

Centrale Preneste Teatro Via Alberto da Giussano, 58 - Roma

Info: 06-27801063 - 06/25393527 - 320/2392833

info@ruotaliberateatro.191.it - tizianalucattini@libero.it

 
 
 
TUTTI I CORSI

 
L’ETÀ PIÙ BELLA

UN WEEK-END AL MESE (12 ORE MENSILI)

ottobre 2013 - giugno 2014 sabato/domenica h 10.30 – 13.30 / 14 - 17

l laboratorio esplorerà scene di testi teatrali con al centro le inquietudini di generazioni diverse.

oppure UN INCONTRO A SETTIMANA (12 ORE MENSILI)

ottobre 2013 - giugno 2014 mercoledì h 19 - 22


FIGURE VIVE tra Cechov e Beckett passando per Deleuze e Ripellino

DUE INCONTRI A SETTIMANA (24 ORE MENSILI)

ottobre 2013 - giugno 2014 martedì/giovedì h 19 - 22

Il laboratorio esplorerà personaggi, modi e moti dell’animo umano ispirandosi ad alcuni testi dei due drammaturghi messi in stretto rapporto.

 
LA FIABA

DUE INCONTRI A SETTIMANA (24 ORE MENSILI)

ottobre 2013 - maggio 2014 martedì/giovedì h. 10 – 13

Il laboratorio prevede una formazione professionalizzante specifica nell’ambito del Teatro Infanzia e Giovani: dalla scelta di una fiaba da mettere in scena al lavoro sulla sua struttura, dal confronto sul destinatario alla lettura scenica ed espressiva di fiabe.

Per tutti i corsi è prevista una messa in scena finale. I posti disponibili sono 20, i corsi saranno attivati per un minimo di 10 partecipanti. Per il corso sulla fiaba è previsto un pubblico di bambini.

PROVE APERTE per attori/danzatori/performer professionisti e non

L’idea nasce dall’esperienza fatta all’Actor’s Studio dove gli attori portano i loro pezzi (per provini o altro) e li presentano a un pubblico di “addetti ai lavori” per poterli testare, poter “sbagliare”, avere una consulenza artistico-professionale e un confronto, uscendo dalla solitudine delle prove. Orari e costi si definiscono in base alle richieste.

(esca)- CU(CINE)MA la fame vien guardando: Il dormiglione

di Iolanda La Carrubba

Calibrato e di sicuro effetto, questo “fanta-politico” Allen conduce il pubblico attraverso secoli e dittature dove nulla migliora in questo su futuro così nostro, così visionario ad oggi tanto riconoscibile.
Gli ambienti (ri)cercati tra il Colorado e la California risultano ben rielaborati ad una possibile realtà futuribile, dove arredano la stimolante ironia di una sceneggiatura esatta e mai banale, verbalmente colta e con un pizzico di cinismo sapido ed equilibrato. In questo movie Allen fotografa un’America imponente e quasi austera, una roccaforte pronta al combattimento.
Ed ecco lui Miles Monroe (che nella traduzione italiana si chiamerà Mike) , entrare in scena avvolto nella carta stagnola pronto per essere “servito” come piatto principale, nel 1973 subì un intervento semplice che lo avrebbe dovuto vedere in piedi dopo soli 5 giorni, sopraggiunsero aggravamenti ed il medico chirurgo decise di ibernarlo.
Viene ritrovato dopo 200 anni nella foresta da un gruppo di medici ribelli contro il governo di un unico leder mondiale, essi a scopo di ricerca, decidono di “scongelarlo” per porgli una serie di domande sul passato della storia umana, dato che molte informazioni vennero smarrite.
Tanti i riferimenti al cibo che in questo film Allen, riesce a mettere in piedi con grande creatività, e con una mimica tutta proveniente dai divi del muto, soprattutto si distingue una paterna ispirazione all’intramontabile Buster Keaton, di lui si percepisce il fare clownesco di una maschera triste e romantica con grandi capacità comiche.
Miles ha un periodo di riabilitazione motoria e psichica, i medici lo seguono con interesse, ed ora affacciati alla finestra lo osservano dall’alto con affetto fino a confrontare le opinioni in un dibattito al quanto confidenziale e curioso:
dott- Hai chiesto qualcosa di particolare per colazione?
dott.ssa- si strane richieste: fiori d’avena, miele organico, latte tigre.
dott-  infatti nel 1973 si credeva fossero cibi salutari
dott.ssa- ma come non mangiavano grassi, bistecche e torroni?
In questo buffo ed improbabile confronto modico, si evince un pronostico ad oggi verificabile,  quanto più ci si avvicina ad un’era tutta tecnologica e tutta digitale, tanto si ha la necessità di un contatto con il reale, con il materno con il nutrimento corposo completo di zucchero e cibi forti. In questa prima ricetta Alleniana troviamo quindi l’esatta antitesi alla nostrana canzone di Bruno Martino che nel 1959 affermava:
Nel duemila
noi non mangeremo piu'
ne bistecche,
ne spaghetti col ragu'…
Le gag si susseguono voraci e disinvolte attraverso una storia tanto folle da poter risultare effettiva cronaca.  Ancora frastornato viene nascosto in casa dei dottori che lo hanno salvato con i quali si intrattiene in un colloquio bizzarro dove lui, spaesato, si preoccupa principalmente di sapere che fine hanno fatto i suoi amici, il dottore intraprende la risposta usando un tono di voce mite:
dott.- deve capire che chiunque lei conoscesse è morto da 200 anni
Miles con espressione stupita e con una breve pausa d’effetto asserisce- perché non erano vegetariani!
In questa nuova scena il dottore lo invita a riconoscere alcuni oggetti e foto appartenuti ad un passato molto lontano, tra i quali viene proposta in visione il ritratto di Charles De Gaulle:
Miles- ah si, lui era un noto chef francese famoso per la sua salsa Etoile.
Miles ora scovato dalla polizia, decide di mettersi in fuga e nella fretta si nasconde nel retro di un furgoncino dove vi sono una serie di robot per scopo domestico (spassosa la scena di lui che cerca di mascherarsi con i pezzi di cambio a disposizione) fin quando il furgone si mette in moto ed inizia a consegnare i robot ai legittimi proprietari. Lui, viene recapitato in casa di una giovane e talentuosa poetessa Diane Keaton la quale inizia ad istruirlo sulla cena di quella stessa sera.
Mike, nei panni di robot buffo ed obbediente,  entra in questa cucina intergalattica iniziando a leggere questo e quel barattolino di vetro, tentando di capire, fin quando si imbatte nel”istantan Pudding” ne versa una o due cucchiaiate nella pentola ed immediatamente il composto comincia a crescere fino all’impensabile momento in cui prende vita. Così Mike si trova a combattere quest’essere con una scopa che non ha nulla del new-design, anzi è una comunissima scopa di paglia, sarà dunque questa trovata a rendere ancor più inverosimile e comica l’intera scena.
Di nuovo scovato dalla polizia decide di scappare, prendendo in ostaggio la poetessa. Si ritrovano nella medesima foresta dove venne scoperta la capsula che lo conteneva, lei è sconvolta e lui è costretto a legarla ed imbavagliarla e per consolarla  tenta di patteggiare proponendole di trovare del cibo. Lui va affrontando la natura selvaggia in frac ed in un’impensabile radura scova una coltivazione di ortaggi giganti. Prima d’essere scoperto riesce a prendere un costa di sedano alto circa tre metri ed una banana che lui stesso definirà “formato canoa”.
Il film procede vigoroso e culturalmente ricco di azzardi che troveremo ancora nella commedia Alleniana: qui gli interpreti a dir poco straordinari, prendono sembianze di ballerini classici e al contempo fruitori severi, coreografico questo film non ha timore di politicizzare e spiritualizzare il messaggio. Nel repertorio di Allen troveremo spesso una confidenziale unione con un suo Dio al quale si rivolge come propria coscienza, e alla  singolare capacità di rielaborare e ricucire addosso ai soggetti dei suoi film, concetti appartenenti alla filosofia nella quale lui abita.
Posizionato all’ottantesimo posto nella classifica delle migliori cento commedie americane nel 2000 dall’AFI.

 
Titolo originale Sleeper Paese di produzione USA  Anno 1973 Durata 88 min Colore colore  Audio sonoro Genere commedia fantascientifica Regia Woody Allen  Soggetto Woody Allen, Marshall Brickman  Sceneggiatura Woody Allen, Marshall Brickman Produttore Jack Grossberg Fotografia David M. Walsh  Montaggio Ralph Rosenblum Effetti speciali A.D. Flowers, Harvey Plastrik  Musiche Woody Allen, The Preservation Hall Jazz Band, The New Orleans Funeral and Ragtime Orchestra  Scenografia Dale Hennesy

 

                       

Vacancy - Cine-tipi (1) Sarah Panatta

Cine-tipi. Antonio Pane e Gorbaciof


di sarah panatta

 
Tra Incerti e Amelio. Storie immote e corpi-scene. La favola personificata e il simbolismo dei reietti per raccontarci. Uomini o tipi? Uomini-topi, nuova (unica) avanguardia strisciante del cinema (che vorrebbe farsi) denuncia.

Se al cinema italiano mancano oggi strutturalmente, regie intransigenti, solidamente indipendenti, non pretestuose, tralasciando esempi eclatanti sino al parossismo (da Sorrentino a Delbono). Se le sceneggiature, spiaggiate nello smascherato labirinto del grottesco, non sopravvivono al dialogo con la realtà, o non lo tentano, né lo sentono. Restano i corpi attoriali. Che lavorano con il mento e con le mani. Che increspano pieghe inusitate del collo. Che tendono anarchici e solidali le fibre di muscoli in allerta costante. Uomini. Che in una bolla di respiro denso e dubbioso misurano la sconfitta di una società turpe, resistente, intrinsecamente feudale.

Pochi decisivi interpreti intorno ai quali intere opere si incardinano, con risultati alterni. Creature impenetrabili eppure prodighe, spericolate, di carne modellabile, si sangue fremente e controllato, che nel mezzo muto giro del capo, assordato dalla società che rigetta e si auto-consacra a discarica perenne, dicono. Nei panni enumerati e inamidati o casualmente stratificati di personaggi-scarto. Essi dicono. Dalle paratie mai stagne di occhi impalati e tremanti, conficcati nelle ferite di una realtà che soltanto essi vedono. E dicono. Dell’indifferenza e sei sotterfugi ipocriti, delle ideologie inette, delle reciproche assuefazioni/ricatti, delle affollate prigioni di sale sciolti dalle intemperie di crisi eterne. Antonio Albanese e Toni Servillo, la macchia tragicomica e il mostro ordinario. La fame e il nutrimento.

 
Antonio Pane/Antonio Albanese (nell’irrisolto stage fotografico dell’ultimo film di Gianni Amelio, L’intrepido) è. È centinaia di impieghi, di incontri, di sostituzioni. È ma non esiste. Se non per debole, ottimistica scommessa con una dimensione urbana e familiare che non lo percepisce. Se non come paravento, appiglio trasversale, conforto estraneo a tempo determinato. Antonio Pane divora se stesso donando sorrisi e massime stantie perché storicamente e individualmente incamerate. Antonio è un “rimpiazzo”, un’identità in contumacia. Albanese si annienta progressivamente nelle membra mimetiche dell’altro “suo” Antonio. Si immerge, palombaro del lavoro (in) nero, nel disarmo delle industrie, dei cantieri, dei contratti, delle relazioni (mai) reciproche. Albanese mimo italico per eccellenza, sconta la cancrena egoistica dei suoi simili-superiori, vassallo di un Potere aleatorio e incombente, riflesso nel cielo torbido e ferroso di Miliano, nelle vetrine di negozi-copertura, sui muri di una palestra-casino. Albanese esplode e svanisce, sottraendosi, alle/nelle poche battute di un protagonista mancato/mancante e quasi sublime.

 
Mentre Toni occupa, delimita e domina. Il Servillo nazionale, salv-agente di decine di film, feticcio mai corroso di fortunati enfant prodige. Servillo atterra, invade, seduce, intrappola, trasporta. Sulle spalle larghe, leggermente inclinate, arieti che sfondano l’aria incatramata dell’umanità in catene, tutto il peso di ciascun microcosmo studiato e impersonato. Servillo non è, esiste. Conquista lo spazio scenico, trasformando il film in una quinta praticabile, esile prospettiva, iper-mondo tutto da esplorare. Tanto più gigantesco e terrificante quanto più rincagnato, insudiciato, logorato, stropicciato in omuncoli dalla volontà appena percettibile, sebbene furiosa. Un topo che sa dove tintanarsi e come depredare la società diseguale. Il suo Gorbaciof (nel film omonimo dell’ermetico nostalgico Incerti), dipendente carcerario, che ruba alle casse pubblica per giocare d’azzardo, ha un’unica missione. Fuggire quotidianamente dalla città-cella, da una Napoli internazionale beffarda e incomunicabile. E irridere i ricchi idioti di turno al tavolo delle carte. Ucciso dallo stesso meccanismo che cerca di disinnescare, in un angolo, solo.

Corpi di esclusione e di riscatto impossibile. Caratteri che non si lasciano afferrare dalle maglie della fiction. Che vivono e animano la nostra casa dei fantasmi reale.

(esca)Recensione-Patrizia Pallotta

“Nomade”
Poesie di Massimo Pacetti
 
Il testo poetico di Massimo Pacetti dal titolo “Nomade”, riporta alla mente un ideale  quadro
dove poter trarre sogni, acquerelli di paesaggi incantati, favole, ricordi, viaggi partoriti da animo
fervido, che conosce tutti i lati di quel poligono che è l’esistenza.
E’ senza dubbio una valutazione positiva a fronte di un’opera complessa ed emozionale nel
contempo.
Il poeta è, l’unico vero pittore che vaga proprio come “nomade”, raccontando e raccontandosi
 fra passaggi di nude verità.
E’ cronista attento e nulla sfugge al suo sguardo avvezzo alla profonda conoscenza  d’ogni realtà.
Gli incroci fra i i temi che Massimo Pacetti propone in modo garbato,  sono vari e provengono da
una   poetica e  toccante rivelazione.
In essi tutto vive, palpita, ma non si disperde , sebbene l’armonia del cuore del poeta, ritrovi al
termine del percorso, la  chiave giusta per poter vivere fra ideali e  concretezze.
Ognuno di noi sa come fare i conti con la forza interiore. Massimo Pacetti non vuole insegnare
o suggerire, ma attraverso la lettura delle poesie, risulta evidente quanto sia simile e vicino
il nostro pensiero al suo.
Spesso accade che poeti e scrittori, sappiano con destrezza e talento dare la visione esatta
di quello che vive nella nostra interiorità ; leggerlo, colpisce e alleggerisce il peso della solitudine,
questo, il momento magico dove si insinua il sogno..
I sogni per il poeta sono abiti vecchi, usati, sebbene fossero ,in tempi diversi, nuovi e pieni di colore.
Sogni che vagano nel cuore e non possiamo sapere se torneranno ad essere abiti nuovi o
dimessi.
Bellissima e intensa la metafora che Massimo ci regala nella poesia  “I Sogni”,la chiusa della quale 
 è …”non sai se verranno o partirai da solo”.
Dal sogno, il tracciato di Massimo affronta il senso dell’amicizia, vissuto dall’autore con estrema
nostalgia.
 Quel passato remoto  riporta l’’immagine di persone amiche che si soffermavano a parlare
 dei loro interessi, a commentare i fatti del giorno, ed esprimere liberamente le idee con la serenità
nel cuore e la vivida luce di segrete speranze.
Oggi è solo un correre”…si va di fretta ,abbiamo sempre qualcosa da fare”. Grande verità a grande
dono da parte di Massimo di saperlo condividere e di aver preso consapevolezza anche di questo aspetto
del cambiamento esistenziale.
E’ da sottolineare fra queste pagine poetiche, come tema ricorrente, la visione della “fine della vita”.
Massimo, non si dilunga a parlarne, ma fa capire quanto sia presente nei suoi pensieri e quanto spesso si senta sfiorare dal suo freddo alito.
Nella poesia “Universo separato”, Massimo Pacetti  elabora questi versi …E’ indistruttibile la morte/
lascia sempre qualcosa, ai vivi/ fossero solo ceneri…la morte è la realtà che vive ogni giorno.
Nella lirica “ Il grano” l’afflato dell’esistenza nell’assaporare il profumo intenso del grano, fa compren-
dere cosa sia l’ultima fermata verso la quale ci dirigiamo.
Persino in “Raggi bianchi”, colpito da un onda “immensa e scura”, aggrappato  alla difficoltà della
resistenza, per risolverla, Massimo dall’uscita dal buio tunnel, ritrova la vita e dice …”ora posso finalmente addormentarmi senza morire”.
Bellissimo  questo suo affrontare le sfide e la sensata capacità  di averle in  qualche modo combattute,
tanto da creare nella sua anima la sensazione della potente energia interiore, che persino la morte
non è più frutto di paura .
Egli esce dalle esperienze rafforzato, più  partecipativo, temprato e pronto a rimettersi in gioco.
E’ in “un’altra strada” che esprime questo concetto in modo più esplicativo regalando questi versi :
I campi minati della vita/ non finiscono mai/ bisogna imparare ad attraversarli/ senza saltare in aria,
e ancora …”dove tutto è incerto/l’esistenza è incerta/ e l’unica certezza/ e che sei ancora vivo/ e
puoi guardarti intorno/ e scegliere la strada/ sulla quale incamminarti…”
E’ continuativo lo sguardo di Pacetti  nel passare da un valore vitale all’altro, di volare fra una sensazione e
un’affermazione matura perché vissuta in prima persona, per emozionarci nella lettura dei suoi versi.
Nello scrutare il mondo, egli ne vede anche la parte folle e negativa che respiriamo ogni giorno,
nell’interagire con chi e ciò che ci circonda.
Massimo Pacetti, uomo colto e sensibile, sa comunque, cogliere tutti i lati  della dimensione umana
con linguaggio educativo, ma anche stupito.
Le poesie sono simili a fotografie, alcune sviluppate, alcune rimaste negative, come domande delle
quali non si conosce la risposta.
Forse si può cambiare, sostiene il poeta, quello che noi stessi abbiamo inquinato con il nostro egoismo, con le nostre misere virtù, ed arrivare al miele della conoscenza  che ci è negata di sapere , o quanto meno
aiutarci con il “Credo” da sgranare ogni giorno mentalmente.
Il poeta lo propone, mentre recita nei suoi versi il disagio dell’anima e l’effimero da contrastare.
Nell’interrogarsi,  Massimo, esprime il suo pensiero sulla caducità e sul mistero della vita,
nella poesia “Frammenti”, che ha come incipit “Non so perché viviamo”, ritorna il pensiero della
morte, ed insieme la bellezza del creato, in antitesi quindi, per portarci alla riflessione della dolcezza
che assaporiamo, e del nulla che siamo, in attesa di cosa?
Noi piccoli dentro un mondo infinito di cui non si conosce la fine e neppure l’inizio; ecco perché definisce la specie umana come “frammenti” mentre l’eternità è solo universo…”quello è Dio “.
Una vera e propria recita di fede questo splendido riverbero di luce che fa vibrare l’anima.
Il suono che accompagna tutte le poesie  ha un suo ritmo, che spesso cambia, diventa più forte
o più debole, amalgamandosi al tema proposto.
Non manca il valore dato allo spazio e al tempo. Qui i versi vagano fra geometrie di oggetti e
geografia di “ cose, tante cose, troppe, così come Massimo rivela nella poesia “Spazio e tempo”
tanto da sommergere gli uomini.
Il  “ cantore” degli anni spensierati si contrappone a quello che prova le prime delusioni, fino a
toccare la voglia  di essere un “pagliaccio”, di vestire i panni dove poter nascondere la propria
vergogna di essere e sentirsi soprattutto uomo; il mimetizzarsi gli dà sicurezza e l’abbandono
nei panni di un pagliaccio supera il disagio di un istante.
Come un uomo in cammino su strade bianche o asfaltate, Massimo Pacetti continua  fra piccoli flash
sulla sua terra d’origine, quel tracciato nomade che lo porta ovunque.
 Le tematiche profondamente trattate, non solo nascondono la visione graffiante e reale del creato, ma
contengono la sensibilità concettuale della ricerca della libertà interiore che fa da sfondo al proscenio
dell’anima del poeta.
Questa la vera chiave per meglio addentrarsi nell’universo di Massimo?
La voce e il canto dell’autore risuonano in armonia nel riflesso di una filosofica contemplazione
delle cose, che porta ad una universale  e personale verità.
Nella poesia “Occhi curiosi”, Massimo asserisce “…è facile giudicare/ma la verità/ non è quella che pensi”.
Egli, prende la sua strada, ignorando la pochezza cha avvolge il mondo, come dentro un cumulonembo,
ed esce da quel guscio  che opprime  qualunque pensiero, accompagnandolo dalla voglia di sconfiggerlo, di lasciare dietro le spalle il marcio umano e  codificare  la parte migliore che ci appartiene,un ristoro ,una certezza e la   solitudine mai cercata, ma che spesso si impossessa  dell’autore, mettendo in gioco il suo equlibrio.
La simbiosi fra il poeta e la solitudine a volte svelata, a volte metaforizzata, arrivano al  canto
d’amore sublimato e eternizzato come i suoi stessi versi esprimono …”Solo l’amore è una/ realtà
che nessuno/ può negare o annientare/ tutto il resto è/ posticcio, precario, instabile/ nessuna conquista rimane/ sul corpo, nell’anima/ nello spirito ,nella mente / tutto passa, scorre / è effimero e nel/ tempo fa sorridere.
Ecco , dunque il poeta ha trovato la sua chimera.
Sarà solo questo l’appiglio per continuare  a camminare nell’altalena vitale? O diversamente il poeta sogna ancora e crede  nella libertà, nella sua personale libertà, che egli stesso definisce “nomade?”
Come ogni “errante”, finalmente libero da qualsiasi orpello, da ogni ipocrisia  Massimo prende la strada che
gli permette di non badare, all’oppressione imposta, come se fosse un “modus vivendi” da rispettare  e da un comportamento  vincolato all’incertezza.
La sua scelta è visibile , quella scelta nella quale  Massimo mette il lettore a conoscenza nella chiusa della
sua ultima poesia che dà il titolo all’opera  :
Incontro a…” quella montagna/ di luce dove/ non fa mai notte/ e dove per raggiungere/ la vetta bisogna/
non avere paura/.
Il suo pennello è stanco, si ferma, il quadro è stato dipinto con tante prospettive diverse, lo si può
ammirare in ogni luogo, e soprattutto nell’amore che …E’ il cammino della Terra che/ogni giorno rinasce/ e gira, gira, gira…
 

Patrizia Pallotta  Giugno 2013

(esca)Recensione- Luca Riviera

Vite Parallele nelle fotografie di Luca Riviera
di Iolanda La Carrubba




Nel mondo della tecnologia, delle opportunità a portata di clik le arti visive, strettamente legate al mezzo tecnico, sono alla portata di tutti. In particolare la fotografia è un ambito senza più confini, senza necessità di settorialismi asettici-atipici, la semplicità di potersi esprimere e cimentare attraverso la macchina fotografica, non è più un ambiente riservato ma un luogo di dominio pubblico.
Tuttavia sussiste ancora la comprensione del dato oggettivo che contraddistingue l’artista dall’amatore, si ama la fotografia per univoche emotività, sia essa paesaggistica, sia essa sperimentale, sia essa elaborata attraverso l’uso del computer, ma la fotografia d’arte possiede la forza dell’espressione, si contempla attraverso la traduzione della realtà.
E’ l’occhio che scatta il vero protagonista del soggetto ritratto, congelato, immortalato.
Per metabolizzare lo scatto fotografico e riuscire a fondervi comprensione stilistica e primigenio sentimento, si deve comunque possedere una spiccata sensibilità, nel percorso fotografico di Luca Riviera da subito ci si convince che tutto questo sia presente.



Ansel Adams sostiene che “non ci sono regole per una buona foto, ci sono solo buone fotografie” vedendo le fotografie di Riviera si incontra un umanità concisa, in grado di far vivere il soggetto fotografato tramite il fruitore, è emozionante la sua capacità di incontrare attraverso l’obbiettivo, i personaggi, i luoghi, le situazioni nell’incensurato viaggio lungo vite parallele.
Sintonie armoniose e forza intuitiva contraddistinguono la totalità di questi scatti colti, elargiti con precisione stilistica, incastri di ritratti naturalistici, volti, oggetti dove non vi è soltanto il bel vedere della fotografia ma anima, passione, riflessione. Nulla è trascurato i dettagli, il campo d’angolo, il totale dell’inquadratura, sono calibrati, geometrici, raffinati, incastri perfetti di singole storie che delineano la totalità dell’oggi.



Questo è un caso in cui l’atto fotografico prescinde dal ricordo per affermarsi nella testimonianza del momento, attimi liberati da ogni convenzione sociale eppure intrisi di tangibile affermazione nell’esistere, nell’essere  hic et nunc.
Mete, destini, azioni, destin-azioni coinvolgenti ed affabili che celano qualcosa di sconosciuto ed oscuro:
« Ciò che la fotografia riproduce all'infinito ha avuto luogo una sola volta: essa ripete meccanicamente ciò che non potrà mai più a ripetersi esistenzialmente. In essa, l'avvenimento non si trasforma mai in altra cosa: essa riconduce sempre il corpus di cui ho bisogno al corpo che io vedo; è il Particolare assoluto, la Contingenza sovrana, spenta e come ottusa, il Tale, in breve la Tyché, l'Occasione, l'Incontro, il Reale nella sua espressione infaticabile. » (Roland Brathes, La camera chiara)




(esca)Racconto- Chiara Mutti


RUMORE DI FERRO
 
Ancora notte.
La luce dei lampioni riflette sui binari bagnati, rimbalza negli occhi,
disegna sagome nere in controluce, gioca, si dilegua nell’ombra;   
una stazione alle prime ore del mattino è un paesaggio fantasmagorico. Irreale.
Il fischio del treno in arrivo mi scuote, è un doloroso risveglio, l’umanità si accalca
per conquistare l’entrata; azioni meccaniche ogni mattina.
Centinaia di marionette manovrate dall’alto.
Il treno è caldo, un caldo malaticcio e maleodorante ma caldo, fa piacere. Cercare un posto, trovare
un posto accanto al finestrino, accoccolarsi - un rito, una dimensione familiare,
la sensazione di essere a casa, un’altra casa
fuori casa.
Le abitudini ci rassicurano, sono il bozzolo che ognuno tesse attorno alla propria vita.
Ci si guarda intorno: visi, occhi, sguardi distratti, curiosi, indifferenti, visi nuovi
ma soprattutto conosciuti, visi conosciuti di gente sconosciuta.
 

Clang-clang - rumore di ferro. Il treno si muove.

Riparte; chi ha trovato un posto è già al suo posto. I visi scompaiono, i libri si aprono;
ci si nasconde.
Si cambia con l’età, una volta l’occasione di parlare con qualcuno era un modo per comprendere,
due occhi capaci di comunicarci qualcosa; simpatia, un’emozione - poi si cresce,
si chiude il mondo
fuori.
Il libro di antropologia fra le mie mani è così interessante! Ma io non riesco a concentrarmi,
mi distraggo, ho la testa altrove, oltre
flashback dal finestrino
l’immagine dei caseggiati ha lasciato il posto alla campagna, i ricordi
si ammantano di nostalgia, i colori sfumano nel rosso del cielo che albeggia.
Mille trine di brina sul verde, un manto di vapori acquei si alza sottile,
una coperta di piume stesa sul mondo,
leggera, impalpabile.
Nella mia mente il ricordo di un’emozione,
leggera, impalpabile;
una certezza mattutina, lo specchio di fronte a me che restituisce il mio sguardo… un altro mondo eppure il mio.
Un’esperienza che diventa familiare come la ricerca del posto, l’accoccolarsi al caldo,
un libro aperto -  tu.
 Clang-clang. Ad ogni fermata la folla si accalca,
rassegnata, ormai senza più posti a sedere. Ci si chiude di più, nei pensieri, nel paltò
per scacciarla fuori, la folla - in piedi, ondeggiante, rumorosa.
Le costruzioni ricompaiono, brutte, spietate, cemento su cemento.
La campagna tagliata,
sezionata, smembrata, divorata
dai cannibali del mio libro. E’ inverno,
è una strana alba che sembra sera
e non ci sono papaveri sulle rotaie
e non ci sei tu di fronte a me.
Il buio della galleria spegne le immagini e i miei pensieri,
ascolto.
 
Rumore di ferro.
Staccando lo sguardo bruscamente
dal finestrino si incontrano altri sguardi,
tutti all’unisono -  per qualche secondo;
si abbozza un sorriso, si accolgono dettagli di discussioni animate:
una vicina pettegola, una partita di calcio,
si scorge un’espressione irritata;
l’umanità! Ondeggiante, eterogenea.
Nell’ultimo tratto i caseggiati si allontanano, si allargano ai lati, 
come separati da una forza misteriosa.
Al loro posto, i binari, aumentano, invadono, sfrecciano
in tutte le direzioni, finché tutto
tutto: case, persone, pensieri e binari  non viene inghiottito
dalla stazione –
 
Ferro.
Ricordi di arrivi, di attese, di partenze,
- la sabbia scorre -
di mani, di valige, di gambe
“devo aver rimandato qualcosa,
qualcosa di molto importante”
la sabbia scorre, la valigia è vuota,
il binario è morto.
La stazione è un tempio.
La stazione è un’onda che spinge
al largo.
 
 
 
Chiara Mutti

(esca)Racconto-Giusy Morrone


TRAIETTORIE RICORRENTI

 

La piccola Lucia alzò svogliatamente il capo destandosi dal suo torpore abituale. Aveva consumato le sue ultime ore di solitudine appoggiata al paesaggio piovoso. Alzò il sipario su qualcosa che oramai le era drammaticamente familiare e dai vetri ingrassati da chissà quanti anni di teste sonnolenti, scorse la stessa natura di sempre avvolta dalla bruma mattutina.

Pensò che non avrebbe voluto fermare i suoi sogni e vederli morti in un binario cieco, come quel vagone abbandonato. Le somigliava quel riparo maleodorante. Dimenticato. Morto. Vivo solo per lei che lo rendeva tale. Lei ne aveva bisogno. Ma chi aveva bisogno di lei?

L’aria era frizzante, credette di scrollarsi di dosso quell’olezzo di pelle ammuffita correndo tra sterpaglie fangose e pezzi di ferro arrugginito mentre la pioggia indifferente le lambiva il viso. Ma quell’odore oramai faceva parte di lei, della sua giovane pelle. Si abbassò sulle rotaie che di li a poco iniziarono a sibilare e come era solita fare seguendo traiettorie note, si nascose dietro l’angolo più remoto della vecchia stazione in attesa del grande balzo fulmineo che l’avrebbe condotta direttamente nel gabinetto di un treno qualunque di passaggio.

Salì e se ne restò così, in penombra, in quello spazio angusto, finchè non sentì le rotaie fischiare, il treno rallentare la sua corsa e i soliti interminabili minuti di silenzio che duravano sempre un po’ più di tutti gli altri. Aspettò ancora. Quando il silenzio le fu vicino tanto da poter distinguere soltanto le voci in lontananza, aprì lo sportello e sgattaiolò giù.

Attraversò frettolosamente il caos della stazione centrale, lasciando cadere di quando in quando i suoi pensieri ora su una vetrina, ora sui milioni di libri ordinatamente disposti nelle librerie. Ora i suoi occhi carichi di vita vagavano tra gli odori di pizzerie, take away cinesi e centri benessere. Quell’euforia propria della giovinezza le imponeva di sentirsi immortale, invincibile, nonostante la sua condizione: la sua vita varrà dieci, cento, mille vite. La slot machine avrà infinite combinazioni vincenti e lei trionferà  acclamata rotolandosi nella saporita soddisfazione del successo.

La solita traiettoria di quella settimana si svolse portandola in orario sugli scalini della basilica. Entrò, impiegò qualche istante ad abituare gli occhi al chiaroscuro sacro e non appena inquadrò l’anziana donna, intenta a sedersi ad uno dei primi banchi, un po’ come il mirino di un cecchino quando inquadra il bersaglio, si precipitò di nuovo in strada.

Pensò che aveva a disposizione più o meno due ore,  iniziò a correre urtando ora un turista, ora un bambino, ora due amiche intente a  fare shopping, come una molecola impazzita che più prende velocità più aumenta la sua potenza.  Aveva fatto bene a sceglierla anziana, era stanca di scatolette, cibo pre-cotto e surgelati: nessuno sapeva più cucinare! L’uragano Lucy si spinse ingrandendosi, fino ad esplodere esausto nell’oscurità di quel portone.

Soltanto il suo cuore agitava il silenzio, sconvolto oramai dall’ennesimo nuovo timore: solo quindici giorni prima aveva  letto sulla pagina malconcia di un quotidiano, di un quartiere di Tokyo abitato dai cosiddetti Otaku, individui rifugiati in una realtà parallela,  che trascorrono giorno e notte davanti a computer, tv o fumetti  manga, senza mai uscire di casa e facendo a meno di qualsiasi tipo di rapporto sociale con l’esterno. Temeva di essere sorpresa da uno di loro in versione occidentale rintanato in casa davanti ad un monitor.

Divorò gradini sotto ai piedi così come la fame le stava divorando lo stomaco e giunta davanti alla porta chiusa, che avrebbe potuto rappresentare la sua salvezza o la sua condanna, estrasse dal giacchetto le chiavi sottratte abilmente in portineria, e scivolò dentro.

La piccola Lucia ispezionò nervosamente l’appartamento. Ad ogni passo la sua ansia si diradava fino a scomparire definitivamente nell’ultima stanza: la cucina. Aprì il frigo ed iniziò a trangugiare qualunque cosa fosse commestibile, poi si portò in camera da letto, scelse degli abiti puliti nell’armadio e iniziò a far scorrere l’acqua della doccia, mentre osservava incuriosita delle foto in cornice, cercando di riconoscervi l’anziana donna  che aveva seguito per una settimana intera. Ne scrutava gli occhi, le pose ed ogni singola ruga arrivando quasi a sentirla familiare, a provare affetto verso di lei.

Si sentiva finalmente nuova, pulita. Splendida seppure vestita d’abiti altrui. Ripulì tutto la piccola Lucia, meglio di come aveva trovato. Ma non le bastò. Lei non era una ladra. Non era colpa sua se nessuno era disposto a darle un lavoro. Non era certo lei che doveva soccombere sotto il carico di una situazione sociale penosa: disoccupazione dilagante, precariato imperante, borghesi rincitrulliti abbagliati da fraudolenti impuniti e arroganti faccendieri. Tutti pietosamente rassegnati di fronte a scambi di favori, insabbiamenti, tempi morti e leggi ad personam. Tutti si omologavano oramai a criteri quali arrivismo ed opportunismo: ogni situazione o persona andava sfruttata per la sopravvivenza. Si andava avanti in una specie di cortocircuito dei sensi dove le persone normali, oneste, che lei avrebbe voluto emulare, erano diventate dei “noncontiuncazzo” rispetto a categorie protette che vivevano all’insegna dell’ostentazione di se. Come avrebbe potuto decidere da che parte stare? Chi essere?

Si era inventata lei, Lucia. Sbaragliando qualunque criterio imposto. Lo aveva inventato lei il suo lavoro, plasmandolo a seconda delle esigenze del momento. Si guardò intorno, con minuzia osservò ogni angolo della casa e decise di intervenire ove fosse necessario; ed ecco che le tendine dei bagni furono perfettamente rifinite, piante annaffiate, argenteria lucidata: il tutto con una rapidità calcolata al  millesimo.

Terminato il suo lavoro si richiuse la porta alle spalle, soddisfatta, e corse via più in fretta che potè, tirando un sospiro di sollievo. Rinnovata e rinvigorita, aspettava seduta il suo treno con i raggi puliti di un sole settembrino che le accendevano il viso. Si addormentò suonando le corde della sua chitarra immaginaria, cullandosi in quella musica fatta di avventure da percorrere in lungo e in largo, mentre tutto intorno vibrava di vita e di chiacchiericci interiori. Svaniva sornione nel tramonto, oscurando la patina grigia del giorno che fu, quel sole autunnale. La sera scese puntuale su Roma, cancellando ogni traccia residua di colore e di sogno. Era buio oramai. Il brulichio di una stazione affollata, moriva in un cimitero di silenzi sinistri e stanche presenze. I romani si apprestavano alle loro cene e ai loro caldi letti, ipnotizzati davanti al televisore. Ognuno pronto a spegnere il proprio cervello con un clic, catapultandosi nell’effimero tra gente che sguazza tra rettili e si getta tra le fiamme, fingendo un’umanità che altro non è che assenza di ardore emotivo e vuoto dell’anima.

La signora Lucia sedeva al solito posto, con le spalle rivolte alla sua città, mentre la freccia di ferro nell’oscurità rotolava sui binari. Non si nascondeva più. Non ne poteva più di trascinare i suoi passi stanchi. Il vagone era deserto come il suo sguardo spento che tentava inutilmente di decifrare il paesaggio scuro che sfrecciava vertiginosamente al di là del finestrino. Cercava di ancorare le immagini, di attutire la velocità. Avrebbe voluto riposare per sempre. Per  sempre. Aveva provato a ripeterlo più volte davanti ad un uomo, per sempre: ora sapeva quanto fosse ridicolo. Ora sapeva quanto amaro lasciassero i sogni e quanta solitudine scaturisse impietosa dalle sue scelte.

Finse di dormire, quando il suo vagone abbandonato si svolse davanti ai logori occhi insieme agli altri fotogrammi e ingannò le gambe ancorandole al sedile. Stavolta il viaggio doveva continuare, a differenza di tutte le altre volte, portarla  alle sue montagne. Sentì che doveva tornare alle origini, ai suoi odori, alla verde pace che l’aveva accolta alla nascita e ripudiata poi. La sua vita ora, le scorreva innanzi come tutte quelle vite nelle quali era entrata di prepotenza. Ora era semplicemente una di loro. I volti di quelle persone le roteavano intorno, danzando nel suo delirio, sorridendole. Ora loro erano la sua unica famiglia. L’unica che sapeva riconoscere. Cullata da questi pensieri,, chiuse le palpebre  al giorno che fu e continuò a viaggiare verso l’oblio.
 
Giusy Morrone