mercoledì 1 maggio 2013

“EscaMontage a corto”. Bando di concorso


“EscaMontage a corto”
 Bando di Concorso
per video con una durata non superiore ai 15 minuti




Vi lanciamo un’esca! EscaMontage blog vi invita: raccontateci!
Siete stanchi del vostro vicino di casa?
Stanchi della solita carta da parati? Disgustati dalle quattro, forse tre, pareti, con parenti integrati e non interagenti?
Volete riscrivere la segnaletica della nostra/vostra società? Dare un tocco, il vostro tocco, di colori?
Amate il cinema d’autore e da autori? Volete mettervi o siete già stati, e sentite l’impulso di “tornare”, dietro la proverbiale macchina da presa (mdp)?
Allora siete nel posto giusto!! EscaMontage apre alla video sperimentazione.
Mandate i vostri filmati, documentari, corti, ecc., a tema libero, al nostro blog, scegliendo una delle seguenti sezioni:

1.       Cortometraggi della durata massima di 15’ realizzati con qualsiasi mezzo
2.       Documentari della durata massima di 15’ realizzati con qualsiasi mezzo
3.       Videoclip della durata massima di 5’ realizzati con qualsiasi mezzo
4.       Videoart della durata massima di 5’ realizzata con qualsiasi mezzo
La partecipazione al bando è totalmente gratuita e senza limiti di età. Le prime tre opere classificate e scelte dalla giuria interna ad EscaMontage saranno pubblicamente proiettate in occasione del Primo Festival Cinematografico di EscaMontage (luglio 2013), durante il PhotoFestival di Nettuno (21 agosto 2013) e nel corso di altre manifestazioni culturali. Trailer e recensione dell’opera saranno pubblicati sul blog di EscaMontage e su altre riviste specializzate.

COLLATERAL
Non è uno scherzo. Parliamo anche a voi, voi che non volete stare “in” concorso. EscaMontage vi invita alla sua sezione collaterale, per tutti i tipi timidi, ma non troppo.
1.       Esca
Ti sei mai sentito un’esca? Esca viva? Vuoi parlarci del tuo stato d’animo, disegnare le tue emozioni o mandarci tutti fragorosamente a…pesca? Fallo, con un cortissimo!

2.       Montage
Sei un cinefilo, vuoi dirci come il cinema ti ha preso all’amo? Vuoi condividere la tua storia con/dentro il cinema? Fallo, con un video!
I lavori migliori saranno menzionati sul blog di EscaMontage.

Modalità di partecipazione
Il filmati dovranno pervenire entro e non oltre il 15 giugno 2013.
Potete inviare le vostre opere mandando il link al video in forma privata youtube o utilizzando qualsiasi altra piattaforma, al seguente indirizzo e-mail: escamontage.escamontage@gmail.com.
Oppure potrete inviare il dvd formato mpg scrivendo sul plico:
All’attenzione di EscaMontage
Iolanda La Carrubba e Sarah Panatta
Via Carlo Caneva, 58 – 00159, Roma
Ogni partecipante dovrà allegare all’opera una biografia e una scheda tecnica dell’opera stessa.
L'invio del materiale è a carico del partecipante e deve essere spedito con raccomandata con ricevuta di ritorno. In ogni caso, anche inviando l’opera via mail, il mittente dichiara di essere titolare di tutti i diritti di utilizzazione dell'opera stessa, nessun escluso, e che i contenuti della stessa non violano le leggi vigenti e che l'opera non presenta contenuti a carattere diffamatorio. 
Il mittente solleva altresì l'organizzazione da ogni responsabilità per il contenuto del corto proiettato in pubblico. I partecipanti al concorso, con l'iscrizione, autorizzano EscaMontage, organizzatore del Concorso, ai sensi della Legge 196/2003 e successive modifiche ed integrazioni, al trattamento dei dati personali e ad utilizzare le informazioni inviate per tutti gli usi connessi esclusivamente al Concorso ed alle manifestazioni collegate.
I candidati saranno contattati via e-mail e telefono solo in caso di selezione delle opere inviate. Gli altri saranno comunque invitati ad inviare materiale per future iniziative e saranno inseriti nella mailing list di EscaMontage.
Al momento stesso dell’iscrizione al presente concorso, tutti i partecipanti dichiarano di non avere nulla in contrario e nulla a pretendere dall’Organizzazione direttamente o indirettamente tramite i soggetti o partner tecnici coinvolti nel Festival per mezzo di riprese televisive, web, fotografi, emittenti radiofoniche, interviste ecc, con riprese.
L'Organizzazione è pertanto autorizzata a trasmettere i video selezionati in programmi televisivi, canali TV o altri specifici relativi al settore cinematografico, senza dover richiedere un'autorizzazione specifica. L'Organizzazione, da parte sua, si impegna tassativamente a non commercializzare tale materiale, ma ad utilizzarlo ai soli fini promozionali, come detta lo spirito dell'Evento.
L’Organizzazione può autorizzare una o più emittenti televisive, radiofoniche o quant’altro, a riprendere e registrare la manifestazione per l’utilizzo nella propria programmazione, senza una liberatoria aggiuntiva, né un rimborso specifico ai finalisti in gara, né per la serata stessa né in futuro.
L’Organizzazione si riserva espressamente, in caso di inadempienza al presente regolamento, di poter escludere dal Festival, in qualsiasi momento e senza rimborso alcuno, l’inadempiente o gli inadempienti. 
L'organizzazione del Concorso, pur impegnandosi rigorosamente nella cura e custodia delle opere pervenute, non si assume responsabilità alcuna per eventuali ritardi postali, furti, danneggiamenti o smarrimenti che queste dovessero subire prima, durante o dopo la manifestazione.

L’iscrizione al concorso implica l'accettazione integrale e incondizionata del presente regolamento.

ESCAMONTAGE



NEWS: antemprima italiana FRATELLO DEI CANI (PASOLINI E L'ODORE DELLA FINE)

Casa dei Teatri – Villa Doria Pamphilj-Villino Corsini

Domenica 12 maggio 2013 – h. 12

Invito alla proiezione di:

FRATELLO DEI CANI – Pasolini e l’odore della fine – un film video (2013) –
progetto e direzione artistica di Marco Palladini;  regia di Iolanda La Carrubba;
con Fabio Traversa, Marco Palladini, Cinzia Villari e Amedeo Morrone.

Intervengono con l’autore:
Dario Evola, Plinio Perilli, Iolanda La Carrubba

Coordina Paolo Ruffini

Il film nasce come sviluppo e ulteriore dislocazione creativa rispetto all’omonimo spettacolo teatrale allestito un anno fa a Centrale Preneste e che già si fondava su una determinante interazione espressiva tra le azione sceniche e le riprese in video. Nell’ideale inseguimento del fantasma poetico di Pasolini, in varie ambientazioni tra margini di città e natura, si consumano gli incroci destinali del Poeta con il Viandante, il Padre, la Madre, il Figlio e la Morte. Il tratto essenziale del film è quello di proporsi come un video-poema di natura sperimentale e di passo evocativo piuttosto che narrativo, in cui il testo poetico-teatrale si trasfonde in una dinamica di immagini che insieme accoglie e situa altrove il senso del nodo dei conflitti familiari e sociali che grava e percorre l’intero arco dell’esistenza e dell’opera di Pasolini.   

 foto di scena di Amedeo Morrone












































NEWS: presentazione del libro "Quando il cielo era sempre più blu"

venerdì 10 maggio ore 19:00 presso l'associazione culturale
Lavatoio Contumaciale a cura di Tomaso Binga
presentazione del libro:
"Quando il cielo era sempre più blu" (ed. Historica)
 
 

... PARTECIPANO:

l'autore Enrico Gregori

suoneranno le canzoni di Rino Gaetano i membri
della Rino Gaetano Band:

Alessandro greyVision (nipote di Rino Gaetano)

Federico D'Angeli

Ivan Almadori

coordina Iolanda La Carrubba

“Quando il cielo era sempre più blu”, è un romanzo di vita vissuta e racconta la storia vera dell'amicizia tra Gregori e il celebre cantautore Rino Gaetano.
Un'amicizia nata grazie all'amore per la musica fin dal primo incontro che si trasforma, canzone
dopo canzone, anno dopo anno, in stima e affiatamento reciproco. Da Ingresso Libero
alla tragica morte, passando per il grande successo ottenuto con il terzo posto al Festival di Sanremo,
il libro ricostruisce il percorso musicale di Rino Gaetano e restituisce al lettore un ritratto
inedito dell’artista. Nonostante le fragilità, l'autore racconta di un Rino Gaetano che con disincanto,
ironia e nonsense interpreta la contemporaneità, anticipa i tempi, raccoglie passato, presente
e futuro in testi folli e straordinari.Dal seminterrato di Via Nomentana, al bar del Barone
a Montesacro, fino alla fabbrica occupata, conosciamo i luoghi, le abitudini, i volti che hanno
rappresentato la quotidianità nella vita del
grande artista calabrese.Il libro ha il pregio di raccontare aneddoti, momenti,
situazioni realmente accadute a Rino Gaetano,fino ad oggi sconosciute e tornate alla luce grazie a
grazie alla scrittura di Gregori, ironica e diretta, vicina al linguaggio parlato, ma resa magistralmente
nella pagina scritta. “Quando il cielo era sempre più blu è un testo di grande valore per tutti gli appassionati di Rino Gaetano ma anche una lettura imprescindibile per chiunque voglia avvicinarsi al cantautore calabrese.


verrà offerto un aperitivo.
ingresso libero.

Lavatoio Contumaciale Piazza Perin del Vaga, 4 Roma
(zona teatro Olimpico)

NEWS: matineè musicali

di Iolanda La Carrubba

La matinèè musicali nella splendida cornice della raccolta Manzù, è un viaggio attraverso i tempi e i costumi di un dimenticato incanto dell’ascolto, il luogo puro dei suoni.

                                                                              foto di Amedeo Morrone

Non solo le note aggradano tutti i sensi, ma il percorso sapiente e narrativo  che introduce e rieduca l’udito moderno a rimembrare una storia fascinosa e colta della musica, diventa pura fucina.
Al flauto in oro il professore del conservatorio di Latina Maurizio Bignardelli, al clavicembalo Franco-Fiammingo la professoressa del conservatorio di Benevento Antonella Moles, un duo in grado di offrire al pubblico lo speciale dono di rientrare in quei luoghi abbandonati dalla contemporanea sonorità, luoghi di orari solari e lunari dove lo note danzano per festeggiarne le fioriture magiche di momenti descritti dalla purezza della musica, per diventare musica da vivere.
26 Maggio 2013 Raccolta Manzù via Laurentina Km 32,00 – 00040 Ardea tel 06 9135022

Programma:
ore 10:30 Visita guidata - (Dott.ssa Marcella Cossu)
ore 11:30 Concerto- Flauto (Maurizio Bignardelli) Clavicembalo (Antonella Moles)

EscaTeatro. inFEST al Centrale Preneste 10-12 maggio


inFEST, teatro, danza, musica e…tre giorni e nove compagnie al Centrale Preneste di Roma
 
Un teatro “dentro” la città, dentro il quartiere, dentro la vita.

Per il secondo anno il Centrale Preneste di Roma contamina le arti e si apre totalmente al pubblico. Da venerdì 10 a domenica 12 maggio inFEST, tre giorni di teatro, musica e danza, con nove compagnie. La vivacità molteplice dell’espressione artistica. Il corpo che disegna e misura e racconta la realtà, mobile eclettico pennello. Un palco per gli indipendenti e per coloro che desiderano un nuovo intenso, reattivo dialogo con i fruitori, anch’essi parte integrante e vigile del teatro stesso.

Principi “suini” di etica convivenza, sicilianità a confronto, “tangenziali” solitudini, mattoni di sogno e di inedita contemporaneità, tra mafiopoli, precarietà emotivi e altri cataclismi! Nove talentuose compagnie e spettacoli interattivi e multisensoriali.

Al Centrale Preneste.

 

PROGRAMMA COMPLETO

 

Venerdì 10 maggio

 

Ore 18.00 Padiglione Ludwig in STRATEGIA PER DUE PROSCIUTTI – (Teatro)

di Raymond Cousse, traduzione Alessandra Terni

con Martino D’Amico scene e costumi Massimo Bellando Randone

regia Martino D’Amico, aiuto regia Flora Farina

Poco prima di essere ucciso un maiale tiene una conferenza: medita sulla propria esistenza, le speranze, i desideri incompiuti, i rapporti con gli altri maiali e con l’allevatore e spiega i principi etici grazie ai quali realizzerà il suo alto compito: fornire all’uomo due prosciutti di prima qualità perpetuando così l’onore della razza porcina. Il monologo, pieno di ironia e iperbole comiche, è una divertente critica alla società e all’uomo, convinto di essere perfettamente informato e capace di controllare la propria vita. Pubblicato nel 1978 il romanzo Strategia per due prosciutti è per la prima volta tradotto e rappresentato in Italia.

 

Ore 20.00 Produzione Povera in UNU COMU A PIPPINO… – (Teatro)

unu comu a Pippino sulu ‘n Sicilia putia nasciri di e con Gaspare Balsamo

Lo spettacolo non è un biopic, una rappresentazione agiografica di Peppino Impastato, o una storia-inchiesta sulla mafia. È invece un’indagine sul tema non semplice della Sicilianità. Quella che ha alla base la Sicilia nella sua realtà oggettiva e plurale e non in ciò che di essa viene rappresentato. La Sicilia che ha a che fare con la cultura popolare d'appartenenza, quella dell'infanzia e dell'adolescenza, e che ha una propria lingua, la Sicilia della cultura teatrale, poetica e letteraria, padrona della sua contestazione e della sua rivolta politica e culturale. Una terra che, nella molteplicità e nella diversità, nell'identità e nella soggettività, era presente nella cultura e nell'arte anche di Peppino Impastato.

 

Ore 22.00 MATTONE DOPO MATTONE - Ass.Culturale Ticonzero-Fanfulla Teatro – (Teatro)

di e con Emiliano Valente regia Valentina Orrù

Un incidente stradale sulla tangenziale di Roma. Un uomo solo alla guida di una panda. Immobilità e vagabondare immaginario, personaggi stravaganti e idee di cambiamento. La ricerca della verità nel traffico. Il silenzio dei pensieri. La solitudine. Lo spettacolo nasce all'interno della macchina e muore lì, costantemente costruito e distrutto, riorganizzato e denigrato. Forse non è mai esistito, forse deve essere ancora creato.

 

 

Sabato 11 maggio

 

Ore 18.00 PAOLINA - Teatro dei disoccupati – (Teatro)

scritto, diretto e interpretato da Massimo Cusato

Paolina, che per diverse ragioni si trova in Purgatorio, chiede di poter scendere sulla terra per raccontare le sue fiabe al primo pronipote. Ottiene da Dio il permesso a patto che, come un'anziana Cenerentola, ritorni entro la mezzanotte. Paolina è una donna del sud, come tante del suo tempo. Non è una partigiana, non è un'immigrata. È semplicemente una donna, che tramanda delle favole. Paolina è un monologo, teatro di narrazione e teatro canzone: per raccontare non solo la storia di una donna e della sua famiglia, ma la storia e le tradizioni attraverso fiabe, detti popolari e musiche e immagini raccolte e rielaborate per questo racconto.

 

Ore 20.00 Arti Illesi - MIELINA MON AMOUR / Io e il mio sistema nervoso – (Danza)

Progetto Daniele Sterpetti, coreografia Daniele Sterpetti & Azzurra De Zuanni, sonorità, costumi e ambientazione Arti Illesi, interprete Azzurra De Zuanni

Un viaggio nella relazione tra il sé e il proprio sistema nervoso, un’investigazione giocosa e scientifica del proprio sentire fisico e della relazione con il pensiero. Prendere possesso del proprio corpo necessita un funzionamento effettivo, profondo; innescare la consapevolezza del sentire fisico è una delle imprese più ardue se si pensa che le nostre articolazioni sono in uno stato di vibrazione continua, che i nostri organi interni, funzionando, compiono dei movimenti. Sentirsi vuol dire ascoltare dei concerti maestosi di cui siamo i direttori d’orchestra, i musicisti, gli strumenti e il pubblico.

 

Ore 22.00 Popucià - 1 STEP 2 SOUTH – (Musica)

Uno spettacolo che alterna la musica elettronica alla prosa del teatro civile, la visual art alla voce di Peppino Impastato (tratta dalla sua trasmissione su radio out) per raccontare storie di migranti, diritti civili e l'esperienza dell'antimafia sociale. Un passo verso sud per raccontare un’Italia di partenze, rinunce, resistenze quotidiane, un racconto che si muove al passo contemporaneo della bass music dei Popucià. Un  viaggio dal punto di vista di chi è stato costretto a partire, che inizia con il racconto di Ninni Bruschetta, e, passando per “mafiopoli”, attraversa la Calabria con le storie di Lollo Cartisano e Maria Antonietta Caciola (vittime di n'drangheta) e arriva alle manifestazioni cittadine a favore dei diritti civili.

 

 

Domenica 12 maggio

 

Ore 18.00 Sasyr in concerto SOGNI RICORRENTI – (Musica)

Giulio Fraternali Pianoforte, Cristina Romagni Violino, Dario Vatalaro Viola, Michela Prudenzi Violoncello, Simone  Massimi Contrabbasso

I Sasyr propongono un repertorio di brani inediti nel segno della nuova corrente minimalista italiana. I musicisti che compongono questo quintetto di pianoforte ed archi, muovendo dalle influenze dei più illustri esponenti di questo genere trovano un linguaggio originale nel quale confluiscono le loro diverse esperienze.

 

Ore 20.00 AKR - VACUUM-PACKED – (Danza)

Collezioniamo la realtà in una bolla d'aria rendendola un insieme di “punti di vista sospesi”. Tutti insieme deliziosamente non lasciamo tracce, ma solo domande. Vaacum-Packed è un contenitore d'immagini prese alla realtà e private del loro ossigeno che si mescolano e susseguono per raccontare ognuna la propria piccola storia, ogni volta uguale a se stessa, e tutte le volte diversa. È la rappresentazione del gesto inutile dell'arte di contrapporsi al sistema nel sistema, ma anche la rappresentazione dell'arte come unico contatto con la libertà. Tutto parte dalle macerie e dal grido del mondo che si è appena compiuto. Non resta che ascoltare il silenzio.

 

Ore 22.00 Kataklisma Teatro - CONDIZIONE#1 – (Teatro)

un progetto di Elvira Frosini di e con Angela D'Alessandro Elvira Frosini

I gesti, il segno, i simboli e l'immaginario attraversano i corpi dei performer. I corpi, costruzioni stratificate nutrite da una retorica del segno e del gesto, intrappolati in una dinamica stagnante, nel tentativo costante di tradimento e sovvertimento delle retoriche iconografiche. Condizione#1 appartiene a Serie B, un ciclo di apparizioni performative sul presente e sull'Italia, sul vissuto contemporaneo in un'epoca in cui sentirsi di Serie B è la condizione passiva, tacitamente vissuta, indispensabile ad un potere senza faccia né connotazioni che tende a evitare il conflitto.

 

 

TITOLO RASSEGNA

Festival di teatro, danza e musica

inFEST

con le Nuove Scene del Territorio

 

LUOGO E INFORMAZIONI

Centrale Preneste Teatro

Via Alberto da Giussano, 58 – Roma

Dal 10 al 12 maggio ore 18.00-20.00-22.00

Biglietto singolo spettacolo: 5.00 €  Abbonamento giornaliero: 12,00 €

Info e prenotazioni: 06 27801063 – 25393527 - info@ruotaliberateatro.191.it

(ESCA) video-intervista: Aureliano Amadei



Il dietro le quinte con:
Aureliano Amadei
Mariachiara Di Mitri
Giorgio Colangeli
Andrea Bosca

intervista a cura di Sarah Panatta
regia di Iolanda La Carrubba

(esca)RECENSIONE: Domenico Donatone

Giovanna Bemporad (1928-2013): in memoriam.
di Domenico Donatone

Come spesso accade i poeti si scoprono quando muoiono. È la legge del tempo. La legge che rende misteriosa la scoperta di un talento. È come se la vita fosse nemica della poesia, la nascondesse agli sguardi invece di offrirla al piacere della condivisione. Un nascondimentoche dura un’esistenza. Più il poeta vive, più la vita lo rende ostile ai suoi versi. Sei morto poeta? E io ti scopro! Ti scopro perché sono feroce e distante, perchécondivido la poesia in quanto espressione statistica. Il gran numero di scrittori costringe il critico a diventare un notaio. Se nessun criticos’interessadel poeta in vita, chi lo fa quando muore è sempre quello stronzo del critico. Sono certo a questo punto di esserlo anch’io. Cosa, un critico? No, uno stronzo! Si, perché c’è qualcosa che continua a ronzarmi nella testa senza soluzione di continuità, ed è affermare che il critico è uno che approfitta del lavoro altrui. Ebbene, stavolta mi autocritico perché conoscevo Giovanna Bemporad solo in astratto. A dire il vero una volta la vidi anche in televisione, ma non mi piacque la compagnia. Era con Vittorio Sgarbi a fare una specie di anti-Sanremo, perché a Vittorio, che doveva curare la parte critica del dopofestival, non andava giù che non lo pagassero in quanto parlamentare. Ah, a lui non andava giù! Beh, a me tornava su tutto, anche la cosa che meglio sa fare che èscrivere di arte. Quando vidi Giovanna Bemporad in quello strano salotto pensai subito: “ma una poetessa non ha mica bisogno di Sgarbi per declamarei suoi versi!”. E invece, abracadabra, si ha sempre bisogno di uno Sgarbi. Anzi, di molti sgarbi per dare senso alla poesia. Tanto più sono i torti che la poesia riceve, tanto più essa risplende. Così stavolta sono io che mi distendo, che provo a fare il morto. Dico,con ammissione di responsabilità, che il poeta che si scopre dopo la sua dipartita bisogna sul serio risarcirlo, perché non si può consentire che la distrazione prevalga su tutto.
Giovanna Bemporad era nataa Ferrara nel 1928 da una famiglia di origine ebraica.Nella sua persona portava, insieme a un certo anticonformismo di atteggiamenti che la avvicinavano psicologicamente a Pasolini, la propria competenza nel campo delle letterature classiche. Aveva realizzato, ancora adolescente, una traduzione in endecasillabi dell’Eneide di Virgilio.In seguito si dedicherà alla traduzione, sempre in endecasillabi, dell’Odissea di Omero. Un’esperienza, questa, di traduttrice dell’Odissea, che la impegnerà per molti decenni. Il poeta Giovanni Raboni ebbe modo di definirlo un lavoro “di infinito perfezionamento ritmico e sonoro, teso a restituire all’endecasillabo il suo diritto a esistere nella poesia del Novecento con una pronuncia originale e moderna[i]”. Giovanna Bemporad aveva il tocco della magia. Sapeva scrivere come fosse la prima volta, con un tratto di leggerezza e acume che si concede oggigiorno solo a poeti che, a torto, si ritengono perduti. Perduti in un linguaggio che, non facendo della commistione il suo codice, non ha peso, non ha valore. Invece è in questa poesia, lirica, melica e soggettiva, che tende al semplice e non al complicato, che spesso si trova motivo di sostanza, perché è più difficile centrare l’obiettivo, e Giovanna Bemporad l’ha centrato. Ecco unasua poesia: «Mentre l’ultimo raggio rosseggiante | muore sui vetri, perché vivo ancora | mi chiedo, se il mio cibo è l’amarezza | e il cuore che educavano alla gioia | non batte ormai se non per tenerezzadi primavere, estati e dolci autunni, | ma per gioia non più? Dalla finestra | della mia stanza spio nel plenilunio | fino all’alba a fissarmi il cimitero. | Con gli occhi che già nuotano nel sonno | mi chiedo con un brivido: chi sono? | Chi, per la colpa che scontai nascendo, | dal buio nulla a un attimo di luce | destinò questo corpo, amato corpo, | l’oggetto che dai morti mi difende, | per poi ridurlo in polvere? Risponde | all’incauta domanda il vuoto immenso | e va per la malinconia del cielo | che si annera insensibile la luna.||[ii]»
A questo punto emerge che Giovanna Bemporad è viva e noi siamo morti. Morti almeno finché saremo in vita in mezzo a gente che ci abbraccia e ci tocca, e, sotto sotto,ci rovista con la scusa dell’affetto profondo. Si può conoscere la verità della vita solo attraverso rapporti di dedizione. La poesia di Giovanna Bemporad evoca queste reazioni, suggerisce che il percorso esistenziale ha una velocità tale da rendere la pausa, il momento, l’attimo e l’infrazione una richiesta continua di coraggio. È l’umana verità dentro l’umanissimo voltodella poesia che Bemporad traduce con quel tratto di semplicità pronto a farsi carico della propria natura divisiva. Il futuro coi suoi linguaggi corre veloce; Giovanna, invece, andava lenta, era piena di attenzione. Spentasi il 6 gennaio 2013, dopo aver profuso il suo impegno nella traduzione e nella poesia, Giovanna Bemporad  aveva capito che il modo per cogliere l’essenza della poesia stanella ricerca costante di se stessi su grandi temi, su grandi esempi. Perché tutto deve giungere al semplice, ad una verità che non si contraddice.





[i]http://giovannabemporad.blogspot.it/
[ii]http://giovannabemporad.blogspot.it/

(esca)RECENSIONE: Cinzia Marulli Ramadori

Tra la memoria ed il Tempo
Lettura della raccolta poetica  Nelle tue stanze di Marzia Spinelli (Ed. Progetto Cultura).



Nelle tue stanze di Marzia Spinelli edito dalla casa editrice Progetto Cultura nella collezione di quaderni di poesia Le gemme - da me curati - segue di tre anni la prima raccolta poetica Fare e disfaredella Spinelli; si distingue da quest’ultima per la tematica  mentre se ne avvicina per lo stile conciso e personalissimo dell’autrice.
E’ dunque il naturale seguito di una voce poetica che si sta sempre più inserendo come voce importante e significativa della poesia contemporanea.
Con Nelle tue stanzela Spinelli ci fa un dono particolare: una raccolta poetica tutta incentrata sulla memoria della madre. Una rarità da un punto di vista letterario considerato che il tema della madre è stato ampliamente trattato in letteratura, ma quasi esclusivamente da autori uomini con, ovviamente, la prospettiva maschile del ruolo materno; ricordiamo, solo per citare qualche autore: Umberto Saba con Preghiera alla madre, Giuseppe Ungaretti con La madre, Salvatore Quasimodo  con Lettera alla madre, Eugenio Montale con A mia madre, Giorgio Caproni con Preghiera, Pier Paolo Pasolini con la sua famosissima Supplica alla madre, da ultimissimo Elio Pecora con il suo poemetto Nel tempo della madre; In tutte questi versi la madre è sì una figura reale, concreta (a differenza di quello che invece succedeva nella classicità dove la madre era una figura esemplata su un modello universale), ma pur sempre ritenuta un essere perfetto, sublimato. Unica eccezione è Elio Pecora con il suo poemetto Nel tempo della madre, dove troviamo l’umanissima madre Elena; In campo femminile mi viene in mente la madre Isuzza della Morante, ma anche qui si tratta di un personaggio di un romanzo (La Storia)e non della madre dell’autrice;
La Spinelli invece dedica questa raccolta a Lina, la madre persa da poco tempo, ne fa una descrizione emozionale ricorrendo alla memoria.
Profondamente significativo è il titolo stesso dell’opera: la stanza come ha ben detto Sabino Caronia in una nota critica all’opera della Spinelli ci ricorda il poeta Giovanni Cristini e la sua epigrafe borgesiana messa a premessa del poemetto che s’intitola proprio La stanza: tutta la storia dell’umanità può essere scritta sulle pareti bianche di una stanza.
Quindi il titolo ci conduce attraverso un luogo del ricordo; è Marzia stessa che ci apre la porta della sua memoria per farci entrare in luoghi intrisi di storia; ma qui non troviamo solo la madre Lina, c’è anche quello che Lina ha lasciato, c’è sua figlia, le sue nipoti.
La storia di una famiglia diviene la storia di tutte le famiglie perché non ci sono archetipi, figure ideali o idealizzate. C’è la vita, la concretezza del reale e la trasmissione del sentimento della perdita. La figura della madre vista dagli occhi della figlia, che è madre a sua volta, perde quella freddezza dello stereotipo e diviene carne, passione, amore.
La madre di “Negozio di pietre” è l’identificazione della propria madre nella figura di un’altra madre incontrata per caso: ed è una figura umanissima; basti leggere i versi ha capelli come i tuoi questa invisibile piccola statua.
Ma in questa poesia si ravvisa anche una sorta di finalità dell’autrice, un messaggio che invia a tutti coloro che hanno ancora a che fare con i propri genitori, vecchi malati, a volte difficilmente trattabili nella quotidianità della vita. Ci lancia questo messaggio proprio mettendo in evidenza l’indifferenza della figlia nei confronti della madre e dicendo: alla figlia padrona che annuncia i saldi/volevo dare un segnale,/ma solo per me la coincidenza, la pena, le pietre da sgranare/;
Si può dire che in questo libro il protagonista, o meglio i protagonisti sono le sensazioni, le emozioni lasciate dalla memoria; esso sembra nascere da un’urgenza dell’anima, come risposta al vuoto della perdita, ma anche come desiderio di dire ancora alla propria madre tutte quelle cose che non si è fatto in tempo a dire. E proprio il Tempo con la T maiuscola ricorre quasi in modo ossessivo nei versi della poetessa: già nella prima poesia troviamo
... mi nascondo al Tempo/, nella quarta c’è e decifrare insieme il battito del Tempo, nella quattordicesima ... Ora so che è semina il Tempo, nella quindicesima come non ci fosse stato avviso/e mai in bilico il Tempo, nell’ultima appare addirittura due volte: nel gelo del Tempo e Il Tempo di passa sopra.
Il Tempo dunque come persona-personaggio che trascina con sé la vita, la memoria, le opportunità. La dimensione spazio-temporale dei versi dell’undicesima: l’ultima stanza è l’ultimo giorno,/ il più lungo poi ti portano via.
E’, questo libro della Spinelli, una vera gemma, un dono dell’autrice che arricchisce la poesia contemporanea, una voce necessaria. I posteri, ne sono certa, me ne daranno conferma.                                              

                                                                                                                                                                                                                                                       Cinzia Marulli


Nota dell’autore:  come curatrice della collana nella quale Marzia Spinelli ha pubblicato la sua ultima raccolta poetica Nelle tue stanze, mi sono detta che probabilmente non sarebbe stato deontologico scrivere e divulgare una nota di lettura della sua raccolta; ma in me non c’è nessun doppio fine, nessun scopo pubblicitario se non l’esigenza vera di esprimere attraverso questo scritto il mio grande apprezzamento per la sua opera.
Considerato che la poesia non è mai del poeta che la scrive, ma diviene un dono all’umanità, la mia è una  gratitudine sincera che nasce dall’anima – come, del resto,  è necessario che nasca la gratitudine - nei confronti di questa poetessa così minimale e riservata eppure così grande nella sua poesia.

(esca)RECENSIONE: Iolanda La Carrubba

Riflessioni nel mondo di Lisa Bernardini

Nel luogo nitido di Lisa Bernardini nulla passa inosservato, c’è anima in questa stasi del movimento, queste schegge di vita sono realizzate con grande conoscenza della “pausa fotografica”.
Sono scatti colmi d’umana comprensione, delicati a tratti inquieti eppur sempre affabili , non si sente affatto la stanchezza di un lungo lavoro che c’è dietro ogni fotografia, anzi si ha quasi la sensazione di danzare mentre ci si sposta da un angolo all’altro, da un’angolatura all’altra per godere a pieno della completezza dell’immagine.

Mani e nomi, tempi e storie sono immortalate in questi non luoghi bidimensionali eppure colmi di realtà messa a confronto con un mondo intimistico quello dove la dolcezza pittorica e l’intelligenza documentaristica, subiscono una fusione alchemica che rende ogni momento pura poesia dello sguardo.
Potrebbe risultare semplice mettersi dietro un obiettivo e fare uno scatto ma la complicazione viene quando si vuole mettere a fuoco il “proprio” soggetto, incorniciarlo in un frammento d’eterno per regalarlo alla fruizione del mondo e Lisa, compie questo passaggio con naturalezza e con una tecnica fotografica alta, sapiente.

Penso ad alcuni scatti che hanno fatto la storia dei nostri tempi, Annie Leibovitz- John Lennon e Yoko Ono, Robert Doisneau-Le Baiser de l’Hotel de Ville, Steve McCurry - The Afghan Girl, e vi è dentro una forza vitale, un coraggio assoluto di dire, di ricordare, c’è arte, tempo, fatti di sangue e d’amore, e tra queste figure calme inquiete e sinuose, c’è il tempo che è stato e quello che potrebbe essere, visioni oniriche, folli, complesse e cariche di purezza visiva ed in questo vasto cosmo di affabili complicazioni, la fotografia è madre, è ragione, è verità.

Ed è la verità che si vive e si ascolta nel pieno mondo fotografico di Lisa Bernardini, una verità sincera, a volte nuda e cruda e proprio per questo immensa. Non c’è il timore di indagare, di approfondire la verità anzi essa diventa veicolo di un senso alto, rivelatore che coglie ed accoglie ogni momento come unico, fondamento stabile dell’emozione.


Non vuole essere questa una fotografia estetica al fine primo di sedurre lo sguardo del fruitore, ma riesce ad essere un impatto perforante emotivamente sentito che esamina la bellezza dell’immagine fino a condurla verso la riflessione, diventando così etica dell’immagine.

 

Iolanda La Carrubba

(esca)RECENSIONE: Plinio Perilli

“L’AMORE È BRINA…”

Risogna meglio il sogno
e ingrana la favola!

(Per i quadri, le amenità oniriche
o soavità ancestrali, di Lina Morici)

Lina Morici (la prima luna di marzo) olio su tela 2005


   C’è un ricordo autobiografico di Jean Cocteau (uno strano vicolo inconscio e oscuro di rimembranza, nel suo adorabile Mistero laico, il libello dolce e accanito dedicato nel ’28 a De Chirico) che mi ha sempre svelato ed evocato una Roma diversa e perduta, notturna, metafisica, onirica, pre-post-surreale… non importa ora definirla con stilemi e morfemi intellettualistici. Ma una città, comunque, che solo per intervalla insaniae, cioè nella pause concesse o rubate alla Dea Realtà, ci è dato di assaporare e tornare pienamente a godere…

   «… A Roma, dove nel 1917 lavoravo a Parade, non guardavo Roma. Non avevo occhi che per il mio collaboratore. Abitavamo in un albergo che, di dietro, si slarga nel suo rotondo giardino e che, sul davanti, dà su Piazza del Popolo. Impossibile vedere i capolavori. Bastava che decidessimo di visitare una chiesa o un palazzo per imbatterci in un divieto.
   Di notte, uscivamo dall’hôtel Minerva, dove abitavano le ballerine russe, e attraversavamo una città fatta di fontane, di ombre e di chiaro di luna.
   Tutto cambiava scala. Visitavamo le quinte di Roma. Vedevamo come è disegnata.
   Di giorno, Roma mi confonde. Il Foro esibisce il disordine di una stanza dopo il passaggio degli svaligiatori. Non restano che bottiglie scolate, bicchieri, cassetti vuoti, cassettoni sventrati, biancheria sparsa. Il meglio è stato portato via.
   Non conoscevo De Chirico. Mi avrebbe aiutato a decifrare Roma, soprattutto vuota, al chiaro di luna, se avesse potuto distrarmi dallo spettacolo di Picasso. …»

   Qualcosa di molto simile – mi è qui caro confessarlo – mi accade sempre coi quadri di Lina Morici… con la sua pittura che solo una banalità maldestramente modernista, e la consueta, agilissima fretta liquidatoria, potrebbero sbagliare a definire, allontanare e scaricare insomma come “naive”, eccetera. Quando si ha paura che qualcuno o qualcosa si attardi – nottetempo o in alta parabola meridiana – a raccontarci della stanza, delle stanze o delle piazze prima dell’arrivo nefasto degli svaligiatori, dei devastatori azzimati, facile relegare quella poesia o quei poeti in punta di pennello nella gentile e trascurata categoria degli artisti naifs
   Un equivoco che a tratti è andato perfino di moda, quando si scambiò con costoro, sindacalizzati quale fenomeno di costume, perfino un genio iracondo e lunatico, come Ligabue… Riprendete in mano la splendido poemetto che gli dedicò Cesare Zavattini, per capirne la tempra e dissipare, in genere, ogni forma di aggiramento “tendenziale” dell’ostacolo artistico. Ostacolo – intendiamo – perfino con la sua schietta semplicità, e/o sacrosanta diversità…
   E onore comunque a Bombois e Metelli, Ligabue e Rabuzin, Grandma Moses e Mario Urteaga, Hector Hyppolite e Morris Hirshfield, Bernardo Pasotti, Gino Covili, e tutti ma proprio tutti gli istintivi ma ispirati partecipanti ai “corsi rurali di pittura” dei villaggi di Hlebine e di Kovačica (ex-Jugoslavia), ovunque le pregiatissime Garzantine dell’Arte decidano alla fin fine di collocarli…  


                                                   Lina Morici (l'orologio ad acqua) olio su tela 2008

   In Lina Morici – riprendo anch’io, ma volgendole a un eterno presente, le parole fatate e incoscienti di Cocteau – tutto cambia scala… visitiamo le quinte di Roma… vediamo come è disegnata… decifriamo Roma, soprattutto vuota, al chiaro di lune
   Prezioso strano viatico, insieme lirico e musicale (Debussy), inopinatamente pittorico (un De Chirico alleato a Picasso? La metafisica che in un sogno vezzeggia quasi il cubismo!…).

   Ma Lina ha di questi (strani) meriti e di queste (impensate) risorse – sempre totalmente impensate, anzi sottaciute!
   Una città fatta di fontane, di ombre e di chiaro di luna…
   “La “Barcaccia” magari di Piazza di Spagna, quando le si abbeverano più i piccioni timidi e tubanti, che i turisti sguaiati…
   Come una continua, spalancata e inesorabile quinta scenica, o immenso sfondo vitale di teatro – Parade dell’anima! In cui ci muta e si balocca di gioia il medesimo punto di vista, la provvida via di fuga, dribblando anche la geometria, e contemplando magari la morale e la marmorea effigie della Piramide Cestia dal punto di vista d’una baldanzosa colonia di gatti, miagolanti fra le margherite; il Colosseo e l’Arco di Costantino dal punto di vista impigrito della sosta e del riposo dei cavalli delle “botticelle”, sì, i ronzini meno spesso floridi che macilenti, al servizio degli snob, sempre anticipatici turisti agiati! Poveri Nestori – o come altro si chiamino – appesantiti da strepitose salite o discese fra i pur mitici sette colli romani…
   Nelle belle tele dolcissime della Morici, invece e per fortuna, i “destrieri” impigriti delle carrozzelle, attendono pigramente, la copertina che li riscalda, fra moine di turisti colti e ciance fiorite degli innamorati di sempre, gli innamorati per sempre: tutti i cugini, gli amici, i parenti o gli epigoni, diciamolo pure, di Monsieur Penet, dei suoi Valentino e Valentina: i quasi si baciano sempre con splendore meridiano sotto la luna, e pudore notturno, serica velatura lunare nella gloria benedicente del pieno, immanente mezzogiorno…

   Naturalmente – ecco il vero incanto – la tavolozza cambia, trasmutano i colori, metamorfosano sia le forme che i luoghi, i visi e i monumenti – assimilandosi all’eterna, doppiamente etica Morale del Sogno…
   Doppiamente etica, perché così facendo ella salva sia la notte che il giorno, rinfrancando, o meglio affrancando e la luna e il sole dai propri rispettivi usi e costumi, riti triti e attriti, insomma luoghi deputati, ufficiali e sottufficiali, brigadiere e maresciallo...
   Così i più bei Luoghi Comuni di ciò che usiamo chiamare Roma, e che celebrano i baedeker dei turisti, qui spariglia l’incanto e se ne crea uno tutto proprio, perfettamente eguale e totalmente diverso. Lina Morici ingrana la quarta, pardon, la favola!    
   E la sua “Serenata” avviene tra due ragazzi, con cani e gatti al séguito, fra Santa Maria in Cosmedin e il Tempio cosiddetto di Vesta (in realtà dedicato ad Ercole Vincitore – sullo sfondo, quale ottima metafora, della non poco artefatta Bocca della Verità)... In cielo, stormi e righe di rondini come partiture di note mai composte ma certo perfettamente udibili, intonate da ogni perfetto cantautore del proprio cuore.
   Romamor… Romamor… Romamor…          

   Che strano tempo – che vaga, amatissima luce!… questa che a mezzanotte forse s’inventa una seconda alba d’intimità e promessa, che rima il rosso autunnale delle foglie d’albero col rosa di eterni fiori rinascenti, perituri e caduchi d’incanto… E i verdi, i verdi prendono tono e nerbo dalla terra, dai suoi prati d’amore e lo portano, si direbbero, in cielo, in questi cieli che il verde l’inazzurrano, lo fanno mare d’oblio e pascolo romantico, valle aerea e tangenza proibitiva, domestica, d’ogni passeggiata tra fidanzati e morosi, coniugi o fidanzati d’eterno…
   La pietra stessa sembra celeste e i visi d’oro, i corpi rosa, le Muse inquietanti ma ora acquietate – avverando in contemporanea il Beato Angelico, il giovane Picasso, e il miglior De Chirico, quello che ispirò a Cocteau quel trattatello irriverente e conciliativo (ma con l’intelligenza – che mette per fortuna tutti in sfregio e in sospetto)…
   Parigi col suo eterno sogno di Peinet – o favoloso mondo di Amélie – detta a Lina, eterna bambina, angioLina, sbarazzLina – ogni quadro come in fondo una buona azione (e qui si allinea al delizioso fortunato film di Jeanne-Pierre Jeunet con Audrey Tautou). Un film, attenzione, il cui titolo esatto, era nell’originale Le fabuleux destin d’Amélie Poulain… Il destino favoloso, il favoloso destino…

   Non è forse definitivamente favoloso, diremmo eroico, il destino pittorico di un pittore cosiddetto naif (= “ingenuo”), costretto ogni giorno a salvare, svelenire, disinquinare la nostra povera realtà, con la parabola, la buona azione, l’“inquadratura” provvisoria e permanente di un sogno/quadro, la quadratura di un sogno, un quadro per sognare, sognante e vero, irreale e schietto!? Oh, Lina carissima – Linuccia! – che hai già nel nome il tono e il destino insieme d’una moglie e d’una figlia, nei celebri versi di Umberto Saba che svegliano e ninna-nannano mezzo nostro ’900!…
   Tu sei come una giovane, / una bianca pollastra. / Le si arruffano al vento / le piume, il colle china / per bere…
   Ma attenzione! Le cose per fortuna si complicano, s’inquietano, s’incoronano di sacro suadente mistero…
   Tu sei come una gravida / giovenca; / libera ancora e senza/ gravezza, anzi festosa…
   E il mistero stesso si complica, come ogni mistero che si rispetti:
   Tu sei come una lunga / cagna, che sempre tanta / dolcezza ha negli occhi, / e ferocia nel cuore. / Ai tuoi piedi una santa / sembra, che d’un fervore / indomabile arda…

   Ma usciamo dal seminato e dalla poesia – e torniamo nelle favole, il vero e definitivo regno di Lina Morici. Le favole che si rispettino e ci abbisognano… Ogni dipinto di Lina, certo lo è, fin dai titoli, domestici e utopici nella stessa misura. Un taxì a Paris, Serenata, Roky sogna la Piramide, L’arco di Costantino, La prima luna di marzo… Artista di prim’ordine, catalogata nella “generazione anni ’40”, che dopo aver messo a punto gran tecnica come ceramista, si è volta finemente anche all’olio e si è, diciamo così, specializzata in scenari abitualmente fantastici… domestici e lunatici… Con tanto di curriculum DOC e mostre a Roma – nel cuore pulsante di via Margutta – e Lugano, Londra e Zurigo, Liegi e Bruxelles (“Nemo propheta in patria”…), Como, Spoleto, Mantova, Cosenza, Terni, Lauro, Ostiglia…
   Ma occorrerebbe la prosa poetica del miglior Charles Baudelaire, in quello che è forse il più inquietante, il più sorprendente dei suoi saggi, ma ben pochi onorano e riveriscono d’attenzione – “Morale del balocco”:

   «… Il bambino gira e rigira il balocco, lo gratta, lo scuote, lo sbatte contro le pareti, lo getta a terra. Di tanto in tanto, gli fa rifare i suoi movimenti meccanici, talvolta in senso inverso. La vita meravigliosa si ferma. Il bambino, come la folla che assedia le Tuileries, fa uno sforzo supremo: finalmente riesce ad aprirlo a metà, è il più forte. Ma dov’è l’anima? Qui cominciano lo stupidimento e la tristezza. …»

   Si ha infatti sempre paura delle favole!, delle notti assolate, dei mezzogiorni di fuoco lunare, dei sogni a occhi aperti, dei favolosi destini d’Amélie… degli eroi pacifici e degli amori che restino eterni, perché, in fondo, fidanzati, prolungati a vita – come si prolunga, si proroga e si propaga, Lina carissima, ogni vero sogno… o anima del balocco!
   Che adotta or subito, per didascalia lirica alle tue carezze pennellate, invece dei versi adusi e canuti di Saba, il “Sogno d’estate” del più dolce, sempiterno, Alfonso Gatto amoroso:

   Trapeli un po’ di verde
   il limone, il sifone,
   il piccolo portone
   della pensione,
   trapeli il blu,
   anche tu
   vestita col tuo nudo rosa,
   ogni cosa amorosa.
   Amore è amore
   liscio alla sua foce.
   Un’alpe zuccherina,
   l’amore è brina.
   Che sogno averti vicina
   Notturna, fresca, sottovoce.

   Notturna, fresca, sottovoce, è sempre questa pittura poetica che chi non accetta in fabula registra come “naive” – e passa oltre.
   Chi lo sa se quella sotto la Torre Eiffel è solo neve, zucchero in spolvero o petrarchesca brina dell’anima, inconscia manna d’esistenza?…
   Né sogni né bisogni. Mentre invece il mondo non s’accorge che proprio il meglio è stato portato via. Senza divieto, assieme a tutti i divieti.


(Roma, inizio Aprile 2013)       
                                                                          Plinio Perilli